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News 31 dicembre 2005

Diversabilità e lavoro: un connubio possibile attraverso un sistema organico di interventi
A Roma il bilancio di due anni di sperimentazione dell'ICF, un nuovo strumento di classificazione della diversabilità: è possibile giungere alla condivisione di un linguaggio e di una metodologia comune per ampliare le opportunità di accesso al mondo del lavoro da parte delle persone diversamente abili.
"Ciò che stiamo cercando di costruire attorno alle persone con disabilità è vario e complesso, perché bisogna pensare ai loro bisogni, ma anche a quelli degli aiuti attorno a loro; all'ambiente, in senso ampio. Il lavoro è stata una scusa, un 'cavallo di Troia', per aiutare i disabili nel loro inserimento. Il lavoro, quindi, come rispetto delle condizioni umane. Quando ICF è partito in 25 province italiane, la formazione all'inizio è parsa un ostacolo insormontabile. Ma ICF rappresenta un'esperienza unica, perché ha permesso di considerare il lavoro come un ambiente facilitatore". Così Matilde Leonardi, del DIN - Disability Italian Network, descrivendo il senso e la filosofia del progetto sperimentale ICF. Il DIN è una sorta di rete tra operatori e Centri che si occupano di disabilità; ma è anche tra i partner principali di Italia Lavoro nella sperimentazione dell'ICF, la nuova classificazione della diversabilità introdotta dall'OMS nel 2002 per capovolgere la valutazione della diversabilità da misurazione dello svantaggio a individuazione dei fattori che possono migliorare l'integrazione sociale delle persone con handicap. ICF si serve di una checklist che consente di individuare l'ostacolo, ambientale, personale o delle due condizioni combinate, all'inserimento e, dunque, le risorse per abbatterlo.
 
ICF è diventata dunque un progetto, "ICF e Politiche del Lavoro", promosso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nell'ambito di una più generale azione di diffusione della Classificazione ICF dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. L'intervento, coordinato da Italia Lavoro, intendeva sollecitare il più ampio numero di operatori alla conoscenza e all'utilizzo della Classificazione e dei suoi strumenti. Una sperimentazione della classificazione dell'OMS durata 2 anni, che ha coinvolto 1500 operatori nel collocamento mirato in diversi ambiti: dal mondo della sanità (il 40% dei partecipanti), a quello della cooperazione sociale e delle associazioni (l'11 %), a quello degli organismi provinciali previsti dalla legge 68/99 (36%), fino agli amministratori locali (13%). Il progetto, dunque, ha promosso l'utilizzo di metodologie e strumenti tratti da ICF per migliorare la qualità dei servizi erogati dalle strutture e dagli organismi preposti al collocamento mirato.
 
Un bilancio della sperimentazione ICF è stato fatto a Roma in una due giorni di convegno poco prima di natale, che ha visto il confronto non solo tra i partners di progetto, ma anche con rappresentanti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e di Stati che si stanno essi stessi avvicninado alla sperimentazione, tra cui il Canada. Ventuno corsi di formazione dedicati, 4 sperimentazioni sul campo con 140 operatori del collocamento mirato, e 4 seminari informativi, 17 regioni e 78 province coinvolte. Oltre che 11 partner istituzionali coinvolti nel Gruppo di Coordinamento presso il Ministero (Ministero, Italia Lavoro, DIN Disability Italian Network, Coordinamento Regioni, UPI, ANCI, FISH, FAND, Ministero della Salute, Ministero dell'Istruzione, Istituto Italiano di Medicina Sociale), 3 seminari interregionali di in-formazione (Torino, Vicenza, Taranto) con 300 partecipanti, 21 edizioni del corso base con 895 partecipanti.
 
I risultati ottenuti dal progetto ICF parlano chiaro: è possibile giungere alla condivisione di un linguaggio e di una metodologia comune per ampliare le opportunità di accesso al mondo del lavoro da parte delle persone con disabilità.
A delineare un possibile sviluppo futuro di ICF è Agostino Petrangeli, coordinatore del progetto : "Tra i risultati del progetto - spiega Petrangeli - c'è innanzitutto la messa a punto di strumenti inseriti poi nella Borsa del Lavoro. E' nato quindi un primo modello operativo ICF per l'inserimento lavorativo, che deve essere ulteriormente sviluppato, con gli attuali partners, ma anche con il coinvolgimento di nuovi soggetti". La sperimentazione della classificazione ICF, nata con obiettivi di tipo statistico, ha dato peraltro risultati 'indotti' imprevisti: "Gli operatori hanno acquisito una nuova consapevolezza dei servizi a tutti i livelli, consapevolezza di poter proseguire il lavoro di applicazione di ICF; ma anche la richiesta di ulteriori interventi di formazione, e la nascita di una comunità professionale attiva e propositiva". Probabilmente, un risultato derivato anche dal fatto che la richiesta di applicare ICF ad altri ambiti diversi da quelli prettamente statistici, fosse nata "dal basso", da parte delle stesse associazioni dei diversabili, nel corso della Conferenza di Bari del 2003. "Ecco perché - dice Agostino Petrangeli - si è pensarlo di testarlo, in particolare in ambito lavorativo, e si è dimostrato, come sostengono gli operatori stessi, che con ICF si lavora meglio".
 
Per il futuro, Petrangeli avanza una proposta in 5 punti: "Innanzitutto, ulteriore sviluppo del sistema operativo, con la creazione di nuovi strumenti da applicare adeguandoli a ciascun territorio". Poi, prosegue, "la formazione, mirata alla creazione di specifiche figure di riferimento all'interno, specialmente, delle istituzioni, specializzate nella gestione del modello ICF". Terzo, testare a livello regionale ICF, misurarne la possibile integrazione con le normative regionali sul collocamento mirato, verificare se il collocamento mirato aumenta la sua efficienza con ICF e se aumentano effettivamente le opportunità per le persone disabili. Quarto, "non creare una modalità di trasferimento unica, ma un 'modello per il trasferimento' a livello territoriale della classificazione ICF da adeguare di volta in volta". E, infine, "rafforzare e promuovere la comunità professionale nata da questa prima sperimentazione".
 
Durante il convegno Isfol ha presentato uno studio sui servizi dedicati al collocamento mirato delle persone con handicap. Da dati risulta che tali servizi sono presenti nell'80% dei Centri per l'impiego; la maggior parte di essi - circa il 45% - offre servizi di tipo base costituiti essenzialmente da rilascio di informazioni; il 21,6 % eroga servizi di livello medio; il 33,3 % è rappresentato da servizi di eccellenza. Si tratta di servizi offerti a circa 480mila persone iscritte alle cosiddette "liste uniche provinciali", che però difficilmente - sempre secondo l'Isfol - possono essere impiegate assorbendo le "scoperture" delle aziende: allo stato, infatti, i posti disponibili sono circa 112mila, per lo più in imprese con oltre 50 dipendenti. Peraltro, dei 480mila potenziali beneficiari del collocamento mirato, oltre il 66% vive al Sud. Nel 2003, comunque, sono state 24mila le persone inserite al lavoro attraverso il collocamento mirato.
Fonte: www.helpconsumatori.it
Numero letture: 1670

 

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