Ogni anno l’ictus colpisce in Italia 230.000 persone, delle quali una su 15 è in età produttiva (meno di 55 anni), e 30.000 sono in età socialmente utile, avendo meno di 65 anni.
Questo drammatico evento vascolare è causato dall’inattesa occlusione di un’arteria da parte di un trombo (coagulo di sangue), con conseguente ischemia, oppure alla sua rottura con conseguente emorragia. Il 30% di questi pazienti muore entro un mese dall’ictus, il 40% supera la malattia con una qualche forma d’invalidità, con altissimi costi umani e sociali; il 55% di quelli che sono stati trattati con la terapia trombolitica entro tre ore dall’evento si salvano.
Precisa il Professor Gioacchino Tedeschi, Segretario della Società Italiana di Neurologia (SIN): «Sulla base di evidenze scientifiche internazionali è ormai consolidato che per garantire al paziente il miglior risultato, in termini di sopravvivenza e minor invalidità residua, il ricovero deve essere fatto in Stroke Unit, strutture dotate del personale medico e infermieristico, nonché delle apparecchiature necessarie a tutti gli interventi del caso: dalla rivascolarizzazione farmacologia alla riapertura chirurgica delle arterie occluse, dalla craniotomia alla chirurgia delle emorragie».
Aggiunge il Professor Domenico Consoli, Presidente della Società dei Neurologi, Neurochirurgi e Neuroradiologi Ospedalieri (SNO): «Il problema è che oggi, nel nostro Paese, solo 1 su 3 di coloro che hanno avuto un infarto cerebrale è soccorso nei tempi giusti, e appena 1 su 10 è curato in Stroke Unit. Tutto ciò per una serie di motivi, che vanno dalla poca conoscenza dello stesso ictus da parte della gente, alla scarsa coscienza dell’importanza dell’urgenza e dell’appropriatezza del ricovero, dal fatto che non sempre le ambulanze portano il paziente nel posto giusto, fino ad arrivare alla insufficiente e disomogenea distribuzione delle Stroke Unit sul territorio nazionale».
Come sottolinea il Professor Danilo Toni, Presidente dell’Associazione Italiana Ictus: l’ictus è una malattia di tutte le età, il 25% delle persone colpite sono ancora in età produttiva e implicano un costo elevato per la propria famiglia e per lo Stato. Se vi fosse una programmazione sanitaria virtuosa, avremmo una situazione in Italia di gran lunga migliore, sia in termini di guarigioni, sia in termini di risparmio per la sanità pubblica.
Osserva il Professor Toni: «Se il 90% dei pazienti fosse ricoverato nelle Stroke Unit entro 3 ore, si passerebbe dai 100 guaribili di oggi per settimana a 300». Ciò avrebbe i suoi effetti positivi anche su chi paga il prezzo dell’invalidità, con un notevole alleggerimento sui costi familiari e sociali della malattia.
Questo obiettivo potrà essere ulteriormente superato un domani, alla luce di quanto emerge da due nuovi studi pubblicati su Lancet e New England Journal of Medicine: si allunga da tre a quattro ore e mezza la finestra terapeutica, ovvero lo spazio entro cui la persona colpita da ictus può essere efficacemente sottoposta alla terapia trombolitica.
La terapia trombolitica è stata approvata nel 2002 per la cura dello stroke ischemico nelle prime tre ore dall'esordio dei sintomi. Nello studio pubblicato su Lancet sono stati considerati i casi registrati nello studio osservazionale prospettico SITS: 664 pazienti trattati tra le tre e le quattro ore e mezza, sono stati paragonati a 11.865 trattati entro le tre ore. Non è emersa differenza fra i due gruppi per quanto riguarda la comparsa di emorragie sintomatiche, la mortalità e il grado di invalidità e di indipendenza dopo lo stroke.
La terapia trombolitica è dunque efficace non solo nelle prime tre ore dall’esordio dei sintomi, ma fino a quattro ore e mezza. Conclude però Toni: «Bisogna continuare a fare ogni sforzo per trattare il più precocemente possibile i pazienti con ictus ischemico, perché più precoce è l’intervento e maggiori sono le possibilità di recupero del danno».